Le poesie

La Vergine cuccia

Giuseppe Parini - ( 1729 - 1799) - (da “Il giorno” - vv. 517-556)

                  Or le sovvien il giorno,
    ahi fero giorno! allor che la sua bella
    vergine cuccia de le Grazie alunna,
    giovanilmente vezzeggiando, il piede
    villan del servo con l'eburneo dente
    segnò di lieve nota: ed egli audace
    col sacrilego piè lanciolla: e quella
    tre volte rotolò; tre volte scosse
    gli scompigliati peli, e da le molli
    nari soffiò la polvere rodente.

    Indi i gemiti alzando: aita aita
    parea dicesse; e da le aurate volte
    a lei l'impietosita Eco rispose:
    e dagl'infimi chiostri i mesti servi
    asceser tutti; e da le somme stanze
    le damigelle pallide tremanti
    precipitàro. Accorse ognuno: il volto
    fu d'essenze spruzzato a la tua Dama;
    ella rinvenne alfin: l'ira, il dolore
    l'agitavano ancor; fulminei sguardi
    gettò sul servo; e con languida voce
    chiamò tre volte la sua cuccia: e questa
    al sen le corse; in suo tenor vendetta
    chieder sembrolle: e tu vendetta avesti
    vergine cuccia de le Grazie alunna.

    L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
    udì la sua condanna. A lui non valse
    merito quadrilustre; a lui non valse
    zelo d'arcani uficj: in van per lui
    fu pregato e promesso; ei nudo andonne
    dell'assisa spogliato ond'era un giorno
    venerabile al vulgo. In van novello
    Signor sperò; ché le pietose dame
    inorridìro, e del misfatto atroce
    odiàr l'autore. Il misero si giacque
    con la squallida prole, e con la nuda
    consorte a lato su la via spargendo
    al passeggiere inutile lamento:
    e tu vergine cuccia, idol placato
    da le vittime umane, isti superba.

    Così egli parla, o Signore: e durante
    questo compassionevole discorso nascono
    dagli occhi della tua dama delle lacrime
    che sembrano gocce di linfa splendenti,
    che in primavera escono dai tralci di vite
    rinati al loro interno per le brezze tiepide
    del primo vento primaverile carico di
    fecondità. Ora [la donna] si ricorda del giorno,
    oh giorno crudele! in cui la sua bella
    cagnetta educata dalle Grazie,
    giocando come un cucciolo, il piede
    del servo villano con il dente d'avorio
    morsicò leggermente: e lui, sprezzante,
    le diede un calcio con il piede sacrilego: e lei
    rotolò per tre volte; tre volte le si scompigliò
    il pelo, il naso umido e delicato respirò
    la polvere secca della terra.

    Quindi mettendosi a guaire, sembrava
    dicesse ‘Aiuto'; e dai soffitti dorati
    rispose a lei Eco impietosita:
    e dalle stanze più basse i servi preoccupati
    salirono; e dalle stanze dei piani superiori
    le damigelle pallide e spaventate accorsero.

    Arrivarono tutti: il viso della tua Dama
    fu spruzzato con alcune essenze;
    e si riprese alla fine: era scossa da
    ira e da dolore; gettò degli sguardi fulminei
    al servo; e con voce flebile
    chiamò ben tre volte la cagnolina: questa
    le corse incontro; a suo modo sembrò
    che le chiedesse vendetta; e tu avesti la tua
    vendetta, cagnetta alunna delle Grazie.

    Il servo empio tremò; e con gli occhi rivolti a
    terra ascoltò il suo licenziamento. Non gli
    valse aver lavorato vent'anni, non gli valse
    il rigore alla segretezza; invano lui
    pregò e chiese perdono; se ne andò nudo
    spogliato dalla livrea che era un simbolo
    di distinzione dal volgo. Invano cercò un altro
    posto di lavoro; e le damigelle pietose
    inorridirono, ed odiarono l'autore dell'atroce
    misfatto. Il misero si accasciò con i figli tristi,
    e con la moglie ormai vestita di stracci
    al suo fianco, sulla via chiedendo inutilmente
    l'elemosina ai passanti:
    e tu piccola cagnolina, divinità placata
    da un sacrificio umano, camminasti superba.